Gay & Bisex
RINASCITA BOLOGNESE ...
29.08.2025 |
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"Lo sconosciuto non mollò, continuò a muoversi dentro di lui, a stringere, accarezzare, mordere, fino a che Giò non si sentì svuotato ma stranamente vivo..."
Giò camminava per Bologna come se il mondo fosse diventato grigio e appiccicoso, ogni passo pesante, ogni respiro una fatica. Era tornato da mesi ormai, ma il dolore non accennava a diminuire: Daniel gli mancava come l’aria, come la parte più vitale del suo corpo. Ogni angolo della città sembrava custodire un ricordo, ogni volto incrociato lo riportava a quell’amore perduto e a quelle giornate che non sarebbero mai più tornate. Le aule universitarie erano piene di studenti allegri, chiacchieroni, ma lui camminava tra loro invisibile e allo stesso tempo esposto, il cuore stretto in una morsa di nostalgia e rabbia. Le notti erano peggiori: sdraiato sul letto, il nome di Daniel scivolava tra i pensieri come un filo sottile ma insopportabile, una ferita che bruciava costantemente. I muri della sua stanza lo osservavano, silenziosi testimoni del suo dolore, mentre il desiderio di lasciarsi andare e di non sentire più niente cresceva ogni giorno di più.Un pomeriggio, nell’aula studio semi vuota, si sedette davanti a lui uno sconosciuto. Occhi scuri e profondi, spalle larghe, presenza imponente, un corpo che emanava sicurezza e un’inquietante minaccia al tempo stesso. Non lo salutò, non chiese, lo fissò semplicemente e disse: «Sai che sembri morto dentro?» Giò lo fulminò con lo sguardo, rabbia e vergogna che si mescolavano, ma non parlò. Lo sconosciuto inclino la testa, un sorriso appena accennato, e continuò: «Forse ti piace così. Ma io potrei farti ricordare che sei vivo. Con il corpo, se vuoi.» Le parole caddero come un comando, un ordine irresistibile. Giò sentì il cuore accelerare e, senza volerlo davvero, si ritrovò in piedi, seguendolo come un automa fino a uno stanzino vuoto al piano superiore, con la porta che si chiuse alle loro spalle come un sigillo su tutto ciò che era stato e ciò che stava per accadere.
Lo sconosciuto non perse tempo: lo spinse contro il muro e lo baciò con una furia che gli fece mancare il fiato. La lingua lo invase, le mani scesero a slacciargli i jeans, a stringere il suo cazzo già duro, mentre Giò gemeva e cercava di resistere, ma ogni muscolo del corpo rispondeva con tremore incontrollabile. Lo prese con forza, lo serrò contro di sé, ogni colpo, ogni pressione, ogni tocco un ordine silenzioso di abbandonarsi completamente. Il respiro di Giò diventava sempre più affannoso, le mani graffiavano la schiena dello sconosciuto, i gemiti si mescolavano a urla di piacere e dolore, e all’improvviso sfuggì un nome: «Daniel…». Lo sconosciuto si fermò appena, occhi di fuoco che lo trapassavano, e sussurrò all’orecchio: «Non me ne frega un cazzo di chi sia. Da ora in poi urli solo il mio nome.» Poi lo voltò di scatto, abbassò del tutto i jeans e lo piegò contro la parete, penetrandolo con un colpo secco e feroce. Giò urlò, il corpo che tremava da cima a fondo, la mente completamente cancellata dal presente, ogni affondo cancellava un pezzo di dolore, ogni spinta lo costringeva a sentire la vita che scorreva di nuovo nelle vene.
Il sudore colava lungo i loro corpi, la pelle sfregava contro pelle, le unghie di Giò lasciavano segni sul muro e sulle spalle dello sconosciuto. Non c’era dolcezza, solo urgenza, possesso, fame di corpi. Lo sconosciuto continuava a spingerlo, a muoversi dentro di lui con colpi sempre più profondi, mentre le mani gli scivolavano sui fianchi, sui glutei, sulla schiena, su tutto ciò che poteva afferrare. Giò gemeva, gridava, a tratti piangeva, eppure sentiva una scintilla di vita crescere dentro di sé che non provava da mesi. Ogni colpo, ogni gemito, ogni parola sporca che gli passava accanto all’orecchio lo trascinava più vicino a lasciarsi andare completamente. «Così… adesso non sei più suo, sei mio», sussurrava lo sconosciuto, e Giò sentì finalmente che quella furia, quel possesso, potevano in qualche modo guarirlo.
Quando venne, lo fece piegato e devastato, il respiro spezzato, il cuore in tumulto, il corpo tremante da ogni fibra. Lo sconosciuto non mollò, continuò a muoversi dentro di lui, a stringere, accarezzare, mordere, fino a che Giò non si sentì svuotato ma stranamente vivo. Per la prima volta dopo mesi, non pianse, non implorò, non si arrese al dolore di Daniel. Rimase lì, tra le braccia di quell’uomo sconosciuto, ansimante, sudato, ferito e al tempo stesso rinato. Lo sconosciuto gli passò una mano tra i capelli, sporco di sudore, e mormorò: «Ecco. Così ci sei.» Giò comprese che non era venuto a salvarlo, ma a trascinarlo nel fango, e forse era proprio nel fango, tra dolore e piacere, che avrebbe potuto finalmente ricominciare a sentire la vita.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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